Sparate al fascio Una chicca sul teatro comunale, una storia di ribellione e coraggio

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AVIGLIANO UMBRO – 27 Aprile 2020 – Quante volte siete passati sotto il teatro comunale? Quanto volte avete ammirato, fieri, tale opera? Avete fatto caso al “fascio littorio” sopra alla porta? Bhe, lì c’è un foro da proiettile di pistola.

Antonio Antonio Chianella nasce nel 1925, come tanti nel 1939 era troppo giovane per andare in guerra. Dopo l’8 settembre 1943 fascisti e Carabinieri fecero retate per arruolare i nati nel ’24 e ’25 per portarli al fronte, che al tempo era a Cassino. Alla prima retata fuggì in macchia e riuscì a cavarsela. Successivamente fascisti e Carabinieri arrestarono la madre, la minacciarono di morte e di bruciarle casa. Antonio fu costretto a consegnarsi. Con altri ragazzi di Montecastrilli ed Avigliano Umbro fu portato prima a Terni per l’addestramento, poi a Spoleto.

Una sera Durante una libera uscita con dei compagni di Acquasparta, Montecastrilli e Avigliano, incontrarono una signora. Era ben vestita, con una lunga pelliccia, a prima vista una ragazza di facili costumi. Era la moglie di un colonnello che sarebbe dovuto partire con i loro, gli disse: “Scappate, vi mandano a morire a Cassino“. Cassino infatti fu uno dei luoghi in cui la battaglia fu più cruenta. Disertarono quella sera stessa. Naturalmente non era facile per loro orientarsi. Si avvicinarono ad una bettola, dall’esterno videro che era piena di fasci; loro, ancora in divisa, furono costretti a scappare per salvare la pelle, si avvicinarono ad un bivio in cui, guidati dalla fortuna, scelsero la strada giusta: casualmente quella di sinistra. Questa portava verso Firenzuola, poi Acquasparta un luogo che conoscevano. Da lì Montecastrilli e Castel dell’Aquila.

Ora immaginiamo. Sulla strada che da Avigliano Umbro arriva a Castel dell’Aquila c’erano vari depositi di munizioni, sorvegliati da sentinelle che facevano ad esse la guardia. La destinazione era Pian dell’Ara. Riuscirono ad eludere le sentinelle e tornare a casa.

A casa Il giorno dopo un Carabiniere ed un fascista cercarono Antonio in casa, lui riuscì a fuggire in macchia. Insieme ad altri ragazzi visse per boschi per molto tempo, le madri portavano, una per mattina, delle provviste in luoghi prestabiliti che cambiavano ogni giorno. Così da settembre 1943 a luglio 1944, dormivano da contadini che gli aprivano casa in zona “Civitella“. Nel territorio di Avigliano Umbro c’era un informatore dei fascisti. Un giorno costui era a raccogliere gli asparagi e si imbatté nei ragazzi che erano ad attendere le risorse. “Mio padre Antonio mi diceva sempre: in quel momento la vita non valeva niente, né la nostra, né la sua. Questo chiese pietà in ginocchio, disse che li avrebbe informati sulle attività dei fascisti. Loro lo risparmiarono – racconta il figlio Giuseppe – erano armati, qualche coltello, uno con una pistola. Hanno risparmiato lui la vita e effettivamente questo signore informò le famiglie su quali giorni era meglio evitare le consegne”. Quando il fronte scavalcò la nostra Regione poterono tornare a casa. Uno dei rifugiati, quello che aveva la pistola, sparò dei colpi di arma al fascio littorio in cima al teatro. Un gesto simbolico, una quasi vendetta, un modo per dire “ho tenuto la mia vita“.

Il foro del proiettile.

Un’altra curiosità La “scritta” sopra l’arco nei pressi del Teatro fu martellata dai comunisti caduto Mussolini. Oggi non è ben leggibile, recitava il motto fascista: “Questa è l’epoca nella quale bisogna sentire l’orgoglio di vivere e di combattere“.

Grazie a Giuseppe Chianella. Grazie a Michele Falaschi.

Luca Proietti

 

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