“A muso duro” Grazie alla caparbietà di Ilaria Cucchi gli assassini di suo fratello Stefano hanno finalmente un nome ed un cognome, dopo dieci anni

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22 novembre 2019 – Questo è un articolo apologetico. Non lo nego. È un’apologia nei confronti di Ilaria Cucchi, per tutte le offese e per tutto l’ingiustificato livore della pubblica folla che ha dovuto subire e sopportare. Ha sopportato ed alla fine ha vinto. La sua caparbietà e la sua pazienza sono state ripagate. Dallo scorso giovedì 14 novembre gli assassini di Stefano Cucchi hanno finalmente un nome ed un cognome: si tratta dei due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, condannati a 12 anni per omicidio preterintenzionale. Assolto da ciò Francesco Tedesco, il carabiniere che aveva deciso di collaborare, il quale è stato comunque condannato a due anni e sei mesi per falso. Sempre per falso è stato condannato a 3 anni e 8 mesi il maresciallo Roberto Mandolini, comandante della Stazione Appia. Contemporaneamente ha preso il via (l’11 novembre) il processo sui depistaggi, all’interno del quale sono imputati diversi componenti dell’arma, fra i quali alcuni ufficiali.

Resistenza Si tratta di una parola estremamente abusata, soprattutto oggi, ma è forse la più efficace per esprimere l’atteggiamento tenuto da Ilaria Cucchi di fronte alle ingiustizie da lei subite nel corso di questi dieci lunghi anni. Assoluzioni, condanne sbagliate, prescrizioni. La famiglia Cucchi è dovuta passare attraverso tutto ciò. Senza dover poi dimenticare gli insulti ricevuti da tanti, da troppi. “Lo fanno solo per i soldi”, “Del figlio a loro non frega niente”, “È solamente un drogato”: questi gli “insulti tipo” reperibili in rete quando si parla di Stefano Cucchi. Frasi irripetibili ed accuse arrivate anche da parte di quegli uomini dello stato che dovrebbero proteggere i cittadini, e non irriderli. Ilaria Cucchi, di fronte a tutto ciò e di fronte ad una strada sempre più in salita, ha deciso di non arrendersi e di portare avanti la sua battaglia, memore anche di ciò che era accaduto a Federico Aldrovandi nel 2005. E alla fine di tutto Ilaria ha vinto, anche grazie all’aiuto di un collaboratore di quello Stato che si era finalmente pentito: Francesco Tedesco. La coscienza, dopo di tutto, ha un peso anche lei.

Coerenza Il più grosso esempio di coerenza dato da Ilaria Cucchi è stato quello di difendere suo fratello non per ciò che aveva fatto, ma per quello che aveva subito. Ilaria non ha mai negato che suo fratello detenesse ed utilizzasse delle sostanze stupefacenti (ritrovate poi dopo la sua morte nella casa di via Gioia Tauro) ed ha sempre condannato l’utilizzo di queste sostante, come Ilaria Cucchi ha sempre detto che (per questi motivi) suo fratello non è da vedere come un esempio. Suo fratello è però una vittima. Una vittima di quello Stato che dovrebbe proteggere e redimere, e non uccidere. Questa era la battaglia di Ilaria Cucchi: dare un volto e dei nomi agli assassini di suo fratello. Dei volti e dei nomi precisi e non dei capri espiatori.

Silenzio Tutti, su quello che è accaduto, hanno detto di tutto. Ora, per utilizzare una perifrasi molto nota, “la magistratura ha – finalmente – fatto il suo corso”. I colpevoli sono stati individuati e sconteranno la pena adeguata ai reati da loro commessi. Ci vorrebbe solamente un po’ di silenzio. Già. Sono arrivati in tanti, in troppi, a commentare una sentenza che a loro non è piaciuta perché, in fondo, dei carabinieri “hanno solo picchiato un drogato”. Questo non è Stato, questa non è giustizia. Il 22 ottobre del 2009 lo stato aveva perso. Più di 10 anni dopo, il 14 novembre 2019, lo stesso Stato si è rialzato in piedi ed ha vinto, condannando in maniera esemplare quattro suoi “servitori” che non lo avevano rappresentato in maniera adeguata. Questa non è stata una storia di destra e sinistra e nemmeno un caso di “droga che fa male”. Questa è stata una battaglia di ricerca della verità vinta da chi, lottando a muso duro, l’ha fatta venire a galla.

Musica musica La sete di giustizia (e non di vendetta) espressa da Ilaria Cucchi non poteva che essere meglio sottolineata da “A muso duro”, celebre brano del 1979 del cantautore Pierangelo Bertoli. Pubblicato nell’omonimo L.P. uscito per la casa discografica “Ascolto”, il brano è arrangiato dal grande Gianfranco Monaldi e parla del complicato rapporto di Bertoli stesso con i discografici, ai quali il cantautore non voleva concedere nulla, cercando di scrivere le proprie canzoni secondo il proprio stile, essendo schietto e senza cedere alle logiche del mercato dell’immagine. Logiche societarie a cui non ha ceduto nemmeno Ilaria Cucchi.

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